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Lorenzo da Ponte

MessaggioInviato: 02/12/2011, 20:27
da Tuttiallopera

 

Lorenzo Da Ponte
    FonteWeb
    Lorenzo Da Ponte fu lo pseudonimo di Emanuel Conegliano. Nacque a Ceneda [oggi Vittorio Veneto, Italia] nel 1749, morì a New York nel 1838. Fu un tipo estroso, inquieto, peregrinò per tutta l'Europa come avventuriero. Fu per interessamento di A. Salieri che divenne poeta di corte a Vienna. Emigrò negli Stati Uniti, dove svolse diverse attività - fu anche insegnante di lingua e letteratura italiana.
    Nella storia della cultura europea, il suo nome è legato a quello del musicista Wolfgang A. Mozart, per il quale scrisse tre libretti: Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1787), Così fan tutte (1790).
    Ha lasciato delle Memorie, pubblicate nel 1807, e in stesura definitiva nel 1823-27 e nel 1829-1830: interessanti, ricche di vivaci descrizioni e di giudizi su personaggi e ambienti, anche se il tono è a volte un po' troppo apologetico.

    Le soste inquiete di un vagabondo geniale

    A proposito di Lorenzo Da Ponte, di Riccardo Insolia
    È vero. Non si può neanche iniziare a parlare di Lorenzo Da Ponte – cioè del librettista italiano de Le nozze di Figaro e poi del Don Giovanni e di Così fan tutte – senza ammettere subito che la sua bella quota d’immortalità è in fondo dovuta all’incontro viennese con il grandissimo Wolfgang Amadeus Mozart. Eppure proprio per questo abbiamo il dovere d’essere più curiosi nei suoi confronti, di andare oltre il fatto, a tutti noto, ch’egli ebbe la ventura di partecipare alla nascita di tre straordinari capolavori della cultura europea, di chiederci insomma: chi era veramente Lorenzo Da Ponte? da dove veniva? cosa fece dopo l’irripetibile evento della collaborazione mozartiana? che ci mise di suo?
    Cercare le risposte a questi interrogativi può condurci ad intraprendere un viaggio affascinante attraverso l’Europa di quegli anni – da Venezia a Vienna a Londra – per giungere alla fine addirittura a New York.
    Può essere faticoso, ma, ve lo assicuro, ne vale la pena, perché Da Ponte fu uno di quei personaggi che l’Italia del XVIII secolo esportava nel mondo: uno della stirpe dei Cagliostro e dei Casanova, geniali e libertini, avventurieri e poeti, capaci di procurarsi tanto di fama e amori, quanto di risentimenti e veleni. Sempre al centro dell’attenzione, attivissimi ed inquieti, audaci e ingenui, condannati alla fuga e al peregrinare senza pace da un luogo all’altro, ma, alla fine, anche in grado di congegnare la propria vita come un grandioso spettacolo teatrale e come ricerca, pur fra mille infingimenti, della libertà.
    Nasce dunque il nostro Lorenzo nel 1749 a Ceneda, l’attuale Vittorio Veneto, e non col nome Lorenzo, né col cognome Da Ponte: si chiamava in verità Emmanuel Conegliano, di famiglia ebraica e viveva col padre Geremia e i fratelli Baruch e Anania nel piccolo ghetto – appena una decina di famiglie – di Ceneda.
    Lorenzo appare sulla scena, primogenito quattordicenne già precoce per intelligenza vivissima e per fascino personale, mentre Emmanuel scompare per sempre, nel corso di una solenne cerimonia che ha luogo nell’anno 1763: una cerimonia di conversione della sua intera famiglia al Cattolicesimo. Spettacolare dovette essere tutto l’allestimento di quella manifestazione, con tiri di cannone, concerti di campane, un’intera orchestra appositamente convocata, fuochi d’artificio e maestosa processione. L’occasione fu enfatizzata anche con la stampa di un opuscolo: Distinta narrazione del solenne Battesimo conferito nella Cattedrale di Ceneda ad un padre, e tre figli del ghetto di detta città nella giornata del 29 agosto 1763.
    Con il battesimo, Emmanuel Conegliano diventa Lorenzo Da Ponte, assumendo il nome e il cognome del vescovo Lorenzo Da Ponte, che aveva preparato la famiglia alla conversione e che n’era ormai il protettore e il garante.
    A questo punto il passaggio obbligato e ambito, per un giovane che mostrava segni evidenti di talento, prontezza di spirito e memoria formidabile, era quello dello studio nel seminario di Ceneda. Così Lorenzo entra nel seminario, da subito indisciplinato e geniale, abilissimo a scrivere versi forse privi di particolare profondità, ma perfettamente idonei a riprodurre mimeticamente lo stile dei poeti che il giovane legge e impara a memoria con sorprendente facilità.
    Ordinato prete nel 1773, decide di trasferirsi subito a Venezia come istitutore presso una famiglia dell’aristocrazia. Venezia rappresenta finalmente la libertà, la possibilità di far valere il proprio talento, di inseguire le proprie ambizioni, ma anche di esplorare con voluttà indefessa l’universo femminile. Inizia così una fase dominata dalla passione per le donne e per il gioco d’azzardo. Il fratello Girolamo lo ritrae «in possesso di una amorosa passione che lo acceca onninamente» e afferma che Lorenzo «ha solo questo trastullo, di goder la notte a’ teatri, al redotto, e ’l giorno starsi dormendo».
    Ovviamente perde il posto di lavoro. Vi è già in quei primi furori veneziani un elemento che sarà costante nella vita di Lorenzo: accanto alla sfrenatezza anche l’incapacità di calcolo, la generosità, la voglia di essere se stesso. Molti anni dopo avrebbe scritto, ritengo con sincerità: «Io credo che il mio cuore sia fatto di materiale diverso da quello degli altri uomini...Io sono come un soldato che, spronato dal desiderio di gloria, si precipita contro la bocca del cannone, come un amante che si getta tra le braccia della donna che lo tormenta».
    Costretto ad abbandonare Venezia, lo ritroviamo a Treviso dove insegna latino e poi retorica presso il seminario. Ma a Treviso Lorenzo trova modo di proporre in discussione temi allora proibiti che derivavano direttamente da Rousseau. Dovendo presentare, nella sua qualità di maestro di retorica, il tema annuale per l’accademia del 1776, sceglie il seguente pericolosissimo oggetto di trattazione: «Se gli uomini per le leggi e per le distribuzioni della civil società abbiano il sentiero della felicità umana appianato o ristretto...». Davanti al vescovo, alle autorità, agli ecclesiastici ed alle famiglie più importanti della città, le tesi proposte e discusse da Lorenzo dovettero suonare di natura estremamente eversiva. Il risultato fu un processo con relativa condanna ed espulsione dall’insegnamento. Negli atti della commissione che istruì il caso si legge che negli scritti di Da Ponte «si ravvisa il raro talento d’un uomo che scrive bene, ma che pensa male». In particolare in uno dei componimenti si trattava di un uomo che preferiva ritornare a vivere fra i selvaggi dell’America, dove «nessuno vi è, che inventi leggi con condizioni immutabili, che tenga la terra sotto il proprio dominio. A tutti sono dati un giusto diritto e un giusto potere».
    Vedremo più avanti che dell’America dovremo tornare a parlare, proprio a proposito del nostro poeta che vi trascorrerà gli ultimi trent’anni di una lunga e avventurosa esistenza.
    Intanto è di nuovo a Venezia, riprende il lavoro di istitutore privato, questa volta presso un nobile, Giorgio Pisani che aveva posizioni rinnovatrici e di opposizione nei confronti dell’oligarchia cittadina. Qui politica e sesso s’intrecciano in modo inestricabile. Fatto sta che Pisani viene arrestato per le sue idee e Da Ponte, nel 1779, per una storia di donne, viene «bandito da Venezia, e Dogado, e da tutte le altre città, terre e luoghi del Serenissimo Dominio, terrestri o marittimi, navigli armati e disarmati, per 15 anni continui». Fugge a Gorizia, in un territorio dipendente da Vienna, dove nel 1773 aveva trovato rifugio per alcuni mesi anche Casanova, poi è a Dresda e, finalmente, nel 1781, a Vienna.
    Si apre, a questo punto, quasi miracolosamente, il periodo più fruttuoso per il nostro irrequieto poeta. A Vienna il teatro è una istituzione importantissima, quello italiano è ancora al centro dell’attenzione. Lo stesso imperatore, Giuseppe II, ha competenze musicali non comuni (suona la viola, il violoncello e il cembalo) e si occupa personalmente e puntigliosamente del teatro di corte. Nella capitale operano già, con tutta la vivacità e la forza della loro giovinezza, Mozart e Salieri. Nel 1781 hanno rispettivamente venticinque e trentuno anni. Da Ponte ne ha trentadue e riesce ad inserirsi subito con successo negli ambienti viennesi.
    Già nel 1783 Mozart scrive al padre: «Qui come Poeta abbiamo un certo abate Da Ponte. Ora è terribilmente occupato con le correzioni in teatro e deve scrivere per obligo un libretto completamente nuovo per Salieri: prima di due mesi non sarà pronto. Mi ha promesso di scrivermene uno nuovo; ma chissà se potrà – o vorrà! – mantenere la parola. Lei sa bene quanto i signori italiani siano in apparenza cortesi! Basta, li conosciamo. Se è d’accordo con Salieri, non avrò mai un libretto finché campo. Ed invece io ho un gran desiderio di esibirmi anche in un’opera italiana».
    Lorenzo Da Ponte sfrutta a fondo questa che è la grande occasione della sua vita: nominato poeta dei teatri imperiali, fra il 1784 e il 1790 scrive per Salieri Il ricco di un giorno e Axur re di Ormus, per Martín y Soler Il burbero di buon cuore (da Goldoni) e Una cosa rara (da Calderón de la Barca). Per Mozart, e contrariamente alle prime aspettative del grande Wolfgang, scrive Le nozze di Figaro (da Beaumarchais nel 1786) e poi Don Giovanni (1787) e Così fan tutte (1790).
    Certo se non fosse stato Mozart a musicare i libretti di Da Ponte, non staremmo qui a parlarne, ma il poeta italiano fu in grado di corrispondere alla esigenze del musicista in modo straordinario e quasi in uno stato di grazia. Verità drammatica, trasparenza, senso del teatro, comprensione delle esigenze musicali dei cantanti e del compositore sono dati di fatto che depongono tutti a favore del lavoro di Da Ponte librettista. Egli dimostrò di aver compreso perfettamente un elemento fondamentale di quella complessa operazione creativa a più mani che è l’opera lirica: il libretto deve essere uno scheletro capace di ricevere compiutezza artistica e verità psicologica dalla musica, la quale a sua volta proprio da quelle parole, da quei metri, da quelle situazioni teatrali inevitabilmente deve prendere spunto e vita.
    «Al di là di ciò che vi è di unico e irripetibile nella solidale affinità con Mozart – scrive Luigi Lunari – [...] il Da Ponte che traspare dai libretti fu un serio e colto uomo di teatro». Mi sembra un giudizio che rende pienamente giustizia al nostro inquieto letterato.
    Ma il periodo miracolosamente costellato da successi era destinato a finire. Con l’Europa scossa da drammatiche tensioni rivoluzionarie, dopo la morte di Giuseppe II nel 1790, anche il clima viennese diventa sfavorevole. Il nuovo sovrano Leopoldo II non ha per la musica le stesse attenzioni del suo predecessore e Casanova, sempre ben informato comprende subito che l’opera buffa italiana rischia di essere «dal nuovo monarca congedata. Mi dispiacerebbe per l’abate Da Ponte, quantunque egli mi abbia dimenticato». È destituito dall’incarico presso il teatro di corte ch’egli ormai considerava come la sua casa, abbandona Vienna per Trieste, dove conosce Anna Celestina Grahl (la giovane inglese Nancy), con la quale decide di lasciare l’impero austro ungarico per recarsi a Parigi. Da Ponte abbandona Trieste in condizioni già economicamente difficili, ma – scrive nelle Memorie – «col coraggio o, meglio dire, colla temerità d’un giovinastro di vent’anni». In Boemia incontra l’amico Giacomo Casanova che lo convince a dirigersi verso Londra, evitando Parigi, pericolosissima nel clima post-rivoluzionario. L’incontro fra i due servì a rinsaldare un legame di vero e autentico affetto. Il vecchio Casanova, più esperto e anziano aveva nei confronti di Lorenzo un atteggiamento quasi paterno, egli vedeva in lui una sorta di continuatore delle sue avventure. Nel castello di Dux, ospite del conte Waldstein, Casanova si dedicava con ostinazione disperata alla stesura delle memorie: «costringendomi a scrivere dieci o dodici pagine al giorno, ho impedito all’angoscia più nera di uccidermi o di farmi perdere la ragione». Proprio da quella visita nacque in Da Ponte l’idea di iniziare un proprio libro di ricordi.
    Giunto a Londra ha la sensazione di essere dimenticato da tutti, anche dalle antiche conoscenze viennesi: «Credo che l’aria di Londra sia della natura delle acque del Lete», scrive proprio a Casanova. Eppure dopo le prime difficoltà riesce ad ottenere spazi e lavoro, ad insediarsi come poeta del King’s Theater grazie alla collaborazione con William Taylor, impresario e azionista di maggioranza del teatro. Ecco ancora un periodo di floridezza economica anche se i libretti ai quali lavora non hanno più il livello artistico di quelli viennesi e sembrano ormai di routine. Nel 1798 può permettersi di progettare e realizzare un viaggio in Italia, e di rivedere la sua Ceneda, dalla quale era assente dal 1773.
    Rifacendosi proprio al passo delle Memorie in cui Da Ponte racconta del suo ritorno a Ceneda, nell’ottobre del 1798, Alphonse de Lamartine, nel suo Cours familier de Littérature dice ammirato: «Nous ne pouvons résister au désir de traduire ce delicieux retour de Lorenzo d’Aponte dans sa petite ville de l'Etat de Venise». E in effetti in queste pagine prive della vanagloria, delle polemiche e dei pettegolezzi che occupano tanta parte delle Memorie si rivela uno scrittore capace di una sincerità autentica e di verità poetica: «Quando i miei piedi toccarono il terreno ov’ebbi la cuna, ed io spirai le prime aure di quel cielo che mi nudrì e mi die’ vita per tanti anni, mi prese un tremore per tutte le membra, e mi corse per il sangue un tale spirito di gratitudine e di venerazione che rimasi del tutto immobile per molto tempo, e non so quanto forse sarei rimasto così, se udita non avessi alle finestre una voce, che mi passò al cor dolcemente e che mi parea di conoscere. Io era smontato dalla carrozza di posta, a qualche distanza per non dar sospetto, con lo strepito delle ruote, del mio arrivo».
    Ma il viaggio italiano, che doveva anche essere un viaggio di affari allo scopo di ingaggiare i cantanti per il teatro londinese, si prolungò eccessivamente, mentre a Londra si attendevano notizie e la stagione teatrale stava per iniziare. Il ritardo ebbe effetti devastanti sulla situazione finanziaria di Taylor e la conseguenza fu il licenziamento di Da Ponte. Ebbe inizio allora una serie di fallimenti delle attività di vario genere (da quelle tipografiche a quelle librarie) che Da Ponte aveva intrapreso a Londra. Questo periodo confuso e difficile, durante il quale egli fu anche varie volte arrestato per debiti, si concluse nel 1805 una vera e propria fuga dai creditori verso l’America.
    A New York, con la sua famiglia, il poeta riprende un’instancabile attività di compravendita di libri, di giornalista, traduttore, editore, insegnante e impresario teatrale. In un ambiente che era culturalmente il più lontano possibile da Venezia, Vienna, Londra, dove ancora mancavano buone orchestre e non c’era traccia di tradizione musicale, con un entusiasmo tanto appassionato quanto velleitario, riesce ancora una volta a ricostruirsi un ruolo e una missione: questa volta quello di divulgatore e di difensore della cultura letteraria e musicale italiana. Insegna al Columbia College, pubblica le Memorie. Nel 1826 gli riesce di far rappresentare il Don Giovanni con la compagnia di Manuel García.
    Nel 1831, muore l’unica vera donna della sua vita, l’adorata Nancy. Per il vecchio poeta è un colpo durissimo. «Il presunto libertino – scrive Aleramo Lanapoppi nella sua attendibile e documentata biografia di Da Ponte – si era dimostrato marito affettuoso e assolutamente fedele, e aveva trovato nella ‘bella inglesina’ e nella sua famiglia quel punto di riferimento costante di cui aveva assolutamente bisogno».
    Ma già un anno dopo, nel 1832, a ottantatré anni, trova la forza di promuovere una sottoscrizione per realizzare una stagione teatrale italiana. In «un paese di mercadanti che fanno commercio di tutto, persino del divertimento», riesce a raccogliere fra New York e Philadelphia ben 6.000 dollari. «La carta delle sottoscrizioni – esclamò orgogliosamente – è più lunga della lista di Don Giovanni».


    Nel 1833 si fa promotore di un’altra raccolta di fondi: quella per la costruzione di un teatro italiano. Ma, man mano che la costruzione del teatro procedeva, lui si sentiva sempre più emarginato, a causa di una serie di polemiche alle quali, come sempre, non sapeva rinunciare. L’impresa venne effettivamente realizzata in tempi brevissimi: il teatro fu inaugurato nel novembre del 1833 con La gazza ladra di Rossini e il pubblico rimase abbagliato per il lusso e la finezza delle decorazioni.
    Bramoso di affari, ambizioso e generoso, inquieto e velleitario continuò a combattere (e a polemizzare e a inguaiarsi) con enorme energia vitale fino alla fine. Morì nel 1838 e una grandissima folla seguì il suo funerale nella cattedrale cattolica di San Patrizio.
    Aveva attraversato situazioni storiche drammatiche e assolutamente eterogenee, passando dalle corti dei sovrani illuminati alla prima democrazia americana, aveva scritto più di trenta libretti d’opera, e, oltre alle Memorie, opuscoli e versi d’occasione in gran quantità. Avuto modo di conoscere Gozzi e Metastasio e Foscolo, Casanova, Mozart, Salieri, Maroncelli. Era stato capace di riempire di mille affanni e di mille attività la sua lunga esistenza terrena.
    Quanto a quella post mortem, sarebbero bastati i cinque anni di collaborazione con Mozart per renderla lunghissima.

    *Per non appesantire il testo ho scelto di non inserire note, ad eccezione di questa, necessaria per precisare che le citazioni presenti in questo scritto sono tutte tratte da due fondamentali volumi di riferimento: Lorenzo Da Ponte, Tre libretti per Mozart, a cura di Paolo Lecaldano con una introduzione di Luigi Lunari, Milano, Rizzoli, 1990 e Aleramo Lanapoppi, Lorenzo Da Ponte. Realtà e leggenda nella vita del librettista di Mozart, Venezia, Marsilio, 1992.


Re: Lorenzo da Ponte

MessaggioInviato: 12/12/2011, 18:46
da Tuttiallopera